Scrivo dopo aver letto con grande interesse l’articolo "Non spegnere mai il telefono". Mi sento di voler aggiungere un paio di cose perché non sono del tutto d’accordo con le conclusioni tratte e poi perché non sono delle vere e proprie conclusioni, ma piuttosto una questione aperta.

Intanto grazie per le informazioni: non capendoci tanto di informatica e meta-dati, mi fa bene leggere e dare dei nomi a cose di cui tutti sono a conoscenza, ma che ben pochi sanno spiegare precisamente. La questione dell’adeguamento delle misure di sicurezza, in un contesto iper-tecnologico in cui il controllo continua ad affinarsi costantemente, è urgente e utile scambiarsi le informazioni, perciò, attingendo dalla mia esperienza personale di un’operazione repressiva, vi propongo alcuni esempi generali, proprio per scambiarci informazioni utili.

Innanzitutto: non basta non spegnere il telefono. Le procure ormai hanno già da tempo mangiato la foglia. Faccio qualche esempio.

Poniamo sia stata organizzata una presunta "punta segreta": già di per sé risulta sospetta perché tutti i partecipanti non hanno con sé il telefono. Alcuni dei partecipanti vengono individuati da un successivo controllo in strada, altri non si sa come; il telefono di uno dei partecipanti risulta in viaggio verso un’altra località, a centinaia di km dal posto in questione.

Ma nessuno risponde agli SMS, né tanto meno alle chiamate. E’ chiaro, e ancora più sospetto, per gli sbirri che il telefono è stato volutamente affidato a qualcuno che era in viaggio, mentre il proprietario era altrove. Non basta quindi "lasciare il telefono acceso": se normalmente uno risponde, diventa sospetto l’inutilizzo di un telefono, e questo è particolarmente problematico rispetto alle chiamate, in cui dev’essere riconosciuta la voce del proprietario del numero. In quanto un telefono viene considerato ormai come un oggetto inseparabile da sé.

Il fatto che è che quest’esempio è un po’ paradossale ma è pure emblematico dei tempi.

Ad esempio: poniamo che dei compagni vengono arrestati per un fatto. Una delle prove a loro carico è che, dall’esame delle celle telefoniche, risulta che i loro telefoni, nell’ora del fatto, erano nello spazio occupato dove abitavano, e non sul "luogo del crimine". La procura così motiva la "fonte di prova": è risaputo che gli anarchici, durante le azioni, non si portano dietro i telefoni, ed è quindi proprio per quello che i telefoni erano stati lasciati a casa.

Questo è stato un vero tentativo verso alcuni compagni, abbastanza tautologico a mio avviso (il tuo telefono è sul luogo dell’azione = sei stato tu; il tuo telefono non c’è = sei tu comunque, perché sappiamo che non te lo porteresti dietro), e in questo caso manco il giudice ci ha creduto, ed è caduta l’accusa.

Però è utile parlarne per introdurre ciò che penso in merito ai telefoni e al loro uso.

La questione che si affronta nel testo bene o male parla di una vecchia strategia d’indagine, applicata ai giorni nostri, ovvero individuare una normalità (ciò che ora passa attraverso i meta-dati, ma prima veniva data dai pedinamenti ad esempio) per evidenziare, ed incriminare, ogni a-normalità sospetta. Gli orari di lavoro/tempo libero/studio/socialità, i contatti e i rapporti, le abitudini, i luoghi frequentati ecc. ecc.

Il nostro dramma è che siamo noi per primi a fornire alla repressione gli strumenti migliori contro di noi. La mole di dati che quotidianamente forniamo proviene sostanzialmente da noi, e se ancora, da quanto possa sapere, i dati informatici non vengono granché usati per reprimere i compagni è perché la maggior parte dei compagni non usa i mezzi informatici per la propria attività.

Diverso è il discorso dei telefoni. La maggior parte delle indagini, sicuramente quella a cui più faccio riferimento, si basa quasi esclusivamente sulle intercettazioni, migliaia di pagine di cazzi nostri (a cui la procura è interessata relativamente, se non per dimostrare relazioni e argomentarci sopra un reato associativo) e di frasi o racconti manipolati o utilizzati semplicemente per dimostrare qualsiasi cosa. Una storia vecchia come la tecnologia, ma che non può essere risolta col semplice "lasciamo i telefoni accesi".

E questo per un altro motivo fondamentale, ovvero che i telefoni accesi sono essi stessi microfoni. È ormai consolidato l’uso dei Trojan di Stato (anche nel caso a cui mi riferisco sono stati usati) per trasformare gli smartphone in ambientali, quindi nuocciono non soltanto alla sicurezza (o quanto meno all’intimità) del possessore del telefono, ma pure a tutti i malcapitati che si trovano a chiacchierare del più e del meno nei suoi paraggi.

Credo che gli smartphone, ad esempio, siano un gran problema nei giri dei compagni. Microfoni ambulanti, permettono agli sbirri di captare discorsi ed immagini con la comodità di non dover installare ulteriori microspie o telecamere, o GPS nelle macchine. Forniscono informazioni e coordinate precise al centimetro, ed essendo diventati "oggetti inseparabili" forniscono i famosi meta-dati, al contempo telefonici, fotografici ed informatici, in tempo reale, 24 ore su 24. Una seria riflessione sull’uso degli smartphone è quantomai urgente.

Ma neanche il vecchio telefono cellulare è una soluzione. Al giorno d’oggi, sembra quasi impossibile vivere, beccarsi, trovare lavoro, senza l’uso dell’odioso aggeggio. E’ avvenuta secondo me una vera e propria mutazione antropologica con l’introduzione massiccia del telefono cellulare.

Più che lasciare il telefono a casa, in un contesto in cui il telefono uno ce l’ha sempre addosso, sarebbe interessante considerare l’idea che quanti più compagni possibili rinunciassero ad usare il cellulare, oppure, come alcuni hanno iniziato o non hanno mai smesso di fare, ne tenessero uno nella propria abitazione come telefono di casa.

A livello repressivo, pare evidente che, per organi inquirenti abituati ad avere il "gioco facile", inondati di una costante mole di informazioni, dati, tabulati e celle con uno schiocco di dita, per le indagini che riguardano persone senza telefono, non sanno più che pesci pigliare. Non possono dire dove una persona sia stata, con chi, cosa facesse, dove si è spostata se lo ha fatto, non sanno rintracciarla per notifiche e difficilmente riescono a seguirla. Una persona senza telefono diventa irreperibile, intracciabile, non intercettabile se non grazie agli apparecchi degli altri. Certo, in qualche modo risulta sospetta in un contesto in cui tutto il resto del mondo invece è dotato di telefono, ma in ogni caso, questa non è una prova sufficiente ad essere utilizzata in tribunale per dei fatti specifici.

Trovo abbia senso la proposta di "conoscere il proprio flusso di meta-dati" per riprodurlo pari pari e non destare sospetti, ma, come dice anche il testo, il numero di dati, che forniamo anche inconsapevolmente alle autorità, è in costante aumento e non possiamo sapere precisamente tutto ciò che, con le nostre azioni quotidiane, forniamo regolarmente come informazione su di noi.

Un’altra proposta, che condivido, è quella di fare di tutto per non avere una "normalità": laddove possibile, cambiare costantemente orari, luoghi, allargare il numero e i giri delle persone frequentate (o dare l’idea di frequentarle senza farlo davvero), allenarsi quotidianamente all’imprevedibilità, anche in cose banali come il consueto tragitto dal punto A al punto B, il bar di fiducia, l’orario di connessione o consultazione della mail (per parafrasare gli esempi del testo). Più che sforzarsi di riprodurre una normalità, cosa che non sempre è possibile (o che potrebbe diventare un intralcio…se ad es. ci si connettesse sempre alle 17 su internet, ma a quell’ora si vorrebbe fare altro, allora ci si troverebbe costretti a dovervi rinunciare per non infrangere in modo sospetto la propria "normalità") credo la chiave sia proprio evitare di avercela, una normalità. O comunque non renderla così evidente.

Mi rendo conto che non sempre risulta così facile, anzi, spesso gli sbirri si appigliano a qualsiasi pretesto per segnalare un mutamento sospetto della normalità, anche quando questa normalità è puramente ipotetica.

Faccio un altro esempio. Mettiamo che un compagno sia in carcere ora per un fatto. La notte del fatto, il suo telefono risulta staccato e quest’anomalia è una delle prove che la procura porta in tribunale contro di lui, ovvero l’impossibilità di stabilire dove fosse la notte del fatto, in altre parole, la mancanza dell’alibi. Un altro indizio contro di lui viene ricavato direttamente dalla relazione con la sua compagna. Dall’analisi delle intercettazioni (che siano telefoniche, ambientali in casa sua e nella macchina sua e della compagna, tutte cose possibili e già viste) gli sbirri decretano se stesse vivendo un periodo conflittuale con la compagna, o se andassero d’amore e d’accordo.

Arrivano a ritenere che le conversazioni tra i due, nei giorni e nelle ore prima della notte del fatto fossero strane: vaghezza sulle intenzioni per quella notte, o bugie pur di non passare la notte insieme. Questa è una possibilissima "prova" che possono portare contro un compagno davanti ai giudici, per quanto possa sembrare ridicolo: la procura si inventa una normalità, cioè che una coppia non litigiosa non conosce momenti di vaghezza o imprecisione quando si tratta di comunicarsi le intenzioni per una serata da passare separati.

Si sa che le procure sono molto abili nei giochi di prestigio, quando si tratta di incarcerare dei compagni, ma questa ipotesi (purtroppo fin troppo reale) mostra quanto sia delicata la questione della mole di informazioni su di noi, sulle nostre relazioni e le nostre abitudini, fornita da noi stessi a chi è ben contento di infilarla in qualche fascicolo. Non credo che sia possibile una totale "invisibilità", se non per chi fa la scelta della clandestinità che però è tutta un altro paio di maniche. Credo che, anche col massimo degli sforzi in questo senso, si finisce sempre per dare agli sbirri un qualche tipo di strumento, specie quando questi non hanno in mano niente. Perché non hanno alcun problema a pescare nell’ambito di informazioni di poco conto per costruirci sopra delle "prove granitiche", che magari non assicurano una condanna, ma nel frattempo distruggono una realtà e permettono di tenere in ostaggio i compagni per periodi cautelari più o meno lunghi.

Ecco, non voglio necessariamente porre una critica allo scritto, ma anzi fornire così un ulteriore spunto di riflessione. Io direi che, piuttosto che non spegnere mai il telefono, forse converrebbe non averlo acceso mai…